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14 febbraio 2010 - Il Quotidiano della Calabria - Matteo Cosenza

La Calabria che frana e le colpe delle classi dirigenti

Naturali come le stagioni, il caldo, il freddo, le piogge e le schiarite, le frane flagellano la Calabria. Meravigliarsi non serve, infatti pochi lo fanno; arrabbiarsi ancora meno, e protestano per lo più le vittime più dirette che hanno perso la casa o si vedono costrette a percorsi di trenta impervi chilometri laddove ne bastavano cinque. I più furbi ne approfittano subito perché la dichiarazione dello stato di calamità è sempre dietro l’angolo e un disastro può perfino trasformarsi in un affare.
La Calabria frana. Tragicamente, tranquillamente. Oscenamente, silenziosamente. Ora come sempre, oggi più che ieri. Perfino le tombe e le cappelle di un cimitero non sono al sicuro, la natura non risparmia neanche i morti. La natura?
La natura restituisce quello che le si fa. Con gli interessi. E’ sempre successo, sempre accadrà. Se ostruisci il corso di un fiume o di una fiumana, il suo corso ne resta segnato e alla foce non arriverà più quel prezioso materiale che serve a ripascere gli arenili. Se sventri una collina, distruggi gli alberi e ci carichi sopra qualche tonnellata di cemento, ferro, legno e plastica, una pioggia più insistente e molesta del solito ti butta giù tutto. Se lasci che un ponte della ferrovia vada alla malora consumando quel poco di forza che lo tiene su, può anche capitarti di trovarti su un treno che attraversa binari sospesi nel vuoto. Se contemporaneamente cementifichi la costa senza piani che non siano quelli di transitori interessi privati e abbandoni al loro destino i paesi dell’interno sei stato capace di sprecare le due risorse fondamentali, il mare e la montagna, che fanno di questa terra la regione più straordinaria e bella d’Italia. Chi altri può vantare 780 chilometri di costa, un quinto del perimetro della penisola italiana? Dove si trova un’altra regione che abbia il 42 per cento di montagne, il 7 per cento di colline, solo un 9 per cento di pianure e tutto il resto di costa. Un paradiso sulla terra per uomini che ce la mettono tutta per trasformarlo in un inferno.
“Il malgoverno del territorio – ha scritto Augusto Placanica con il suo sguardo acuto e profondo – è forse l’espressione tangibile di un malgoverno più sottile e perverso che ha pervaso la cultura di Calabria, rendendone l’identità – i valori e i comportamenti, e dunque l’orgoglio e l’originalità, il culto dell’intelligenza e del sapere, le capacità contestative, il rifiuto delle imposture del potere – un relitto del passato, meritevole di compianto”.
Il fallimento è sicuramente delle classi dirigenti, di chi governa, dalla Regione alle Province ai Comuni, ma è anche di una mentalità che presuppone che il territorio nel suo complesso sia altra cosa da sé, riguardi gli altri e sia un nostro bene esclusivo pur essendo patrimonio della comunità. Un simile modo di pensare autorizza a privilegiare la soddisfazione del proprio interesse anche a scapito di quello collettivo con le conseguenze che si vedono. Ma è indubbio che la maggiore responsabilità è di chi ha il compito di governare il territorio, di sanare il dissesto idrogeologico determinato nei decenni e di impedire che gli interessi o abusi privati compromettano il bene di tutti.
Si dice: mancano le risorse finanziarie. Sarà pure vero ma con tutti gli sprechi che si vedono in giro forse con un po’ di sana razionalizzazione si reperirebbero copiosi mezzi finanziari. Si pensi, ma è solo un esempio, al fatto che la Calabria è l’unica regione in Italia che non si è dotata di un piano casa e che per questo è stata commissariata. O si ricordi il mercato delle vacche dell’ultima lunga seduta del Consiglio regionale dove centrosinistra e centrodestra si sono spartite senza ritegno e a suon di emendamenti al bilancio prebende di ogni tipo da utilizzare probabilmente nelle prossime settimane di campagna elettorale: risorse disponibili quando si vuole.
I comuni dell’interno sono abbandonati a se stessi. Sindaci senza mezzi, paesi difficilmente raggiungibili da cui è più facile scappare che ritornare, un patrimonio culturale prima che storico e ambientale sparisce giorno dopo giorno senza che si faccia qualcosa di serio che non siano le elemosine estive per sagre e feste.
Poi la Calabria frana come in questi giorni, e pochi se ne meravigliano. Nessuno protesta perché per farlo ci vorrebbe una società civile capace di farsi sentire. Per trovarne traccia occorre avventurarsi nella rete dove qualcosa si muove, soprattutto tra i giovani. E’ presto per capire la vastità di questo inedito processo democratico, e poi sarà interessante capire se ci sarà anche la capacità di mettere al centro del confronto e dell’eventuale mobilitazione temi cruciali per tutti come la salvaguardia del territorio, ma la speranza è lì e sarebbe bello che un mezzo di comunicazione così nuovo consentisse la saldatura tra il passato migliore e il futuro più desiderato.
Concludiamo con una citazione che chiarisce bene questo concetto: “Riappropriarsi del proprio territorio e della propria identità, non distruggendo ma innovando e migliorando quel che il nuovo ha già portato, è la sfida attuale di una regione che non voglia sopravvivere al proprio malinconico destino. L’amore per le proprie terre, i propri paesaggi, le acque, le rocce, l’aria, le piante e gli esseri viventi di Calabria, deve essere la nuova sfida culturale dei calabresi: la difesa a oltranza del proprio territorio ne sarà il vero – primo e ultimo – banco di prova”. L’autore è ancora Augusto Placanica, scriveva queste cose nel 1993, ma le possiamo sottoscrivere oggi senza cambiare una virgola. Con l’amarezza di dover constatare che in questo non breve lasso di tempo gli uomini, governanti e governati, hanno solo peggiorato le cose.

4 febbraio 2010 - Strill.it

Callipo all'apertura della sede di Catanzaro

La Lombardia - dicono le rilevazioni sui redditi delle persone fisiche 2008 - è la regione più ricca e la Calabria la più povera. Catanzaro riacquisterà il suo primato di capoluogo della Calabria, a cui giustamente tiene molto, quando inizierà a porsi non solo il problema importante del raccordo (finora non riuscito) tra i suoi tanti pezzi di città sparsi a Nord e a Sud e mal collegati e con le periferie del tutto abbandonate, ma soprattutto a porsi questa domanda: cosa fare per la Calabria?
In un momento grave come questo al capoluogo della Calabria e alle sue classi dirigenti è richiesto un sussulto di responsabilità. Un capoluogo di regione non può chiudersi in se stesso e occuparsi di piccole cose, ma deve avere l’ambizione di svolgere la funzione che lo Statuto della Regione gli assegna pensando in grande. Essendo sede del Governo della Regione, Catanzaro capoluogo della Calabria, dovrebbe osare molto di più, essere l’anima critica verso la politica regionale che arranca e non produce risultati tangibili. La funzione di capoluogo non è solo formale, ma esige che la classe dirigente del capoluogo la concretizzi operando a 360 gradi, ponendo questioni che attengono il ruolo strategico del baricentro della Calabria finora abbandonato a sé, marginale. Penso all’area industriale di Lamezia Terme del tutto irrilevante, quando invece potrebbe svolgere una funzione di attrazione delle grandi imprese, solo così si fa sviluppo e solo così si potrà avere occupazione vera. Invece assistiamo alla presa in giro dei nostri giovani come sta facendo il gruppo Phonemedia, che dopo avere incassato dalla Regione 11 milioni di euro lascia i lavoratori senza stipendi! Una vergogna!
Siamo i più poveri d’Italia, ma non dobbiamo dimenticare mai - anzi dobbiamo rammentalo alla Lega ed ai suoi alleati del Pdl - che in Lombardia ci sono 1 milione di calabresi, e che se la Calabria avesse potuto evitare la feroce emigrazione post 1945, a parte quella biblica avvenuta dopo l’Unità d’Italia, la nostra popolazione sarebbe oggi di almeno 6 milioni… Noi siamo poveri per due motivi: perché lo sviluppo distorto del Paese ha voluto tenere il Sud nel sottosviluppo e perché quando ne abbiamo avuto la possibilità, specialmente grazie ai fondi comunitari messi a disposizione dall’Europa, abbiamo avuto classi dirigenti imbelli, incapaci di utilizzarli come ha fatto la Spagna per colmare anzitutto il nostro deficit infrastrutturale… Invece ancora oggi i fondi comunitari sono impiegati a pioggia, cosi il dislivello Nord/Sud e Calabria/Paese è aumentato anziché diminuire.
Lo stesso ruolo strategico dell’asse Lamezia/Catanzaro, dopo 40 anni di regionalismo è ancora minoritario. Su questo punto il capoluogo della Calabria deve fare molto di più. La visione burocratica della politica e i ritardi colossali accumulati nel redigere un Progetto Calabria, volto a valorizzare i punti di forza di ogni territorio invece delle clientele, ha impedito ogni sviluppo. Ancora la Regione Calabria non ha a Catanzaro la sede del Governo Regionale. E oggi, dopo 40 anni, non ci si venga a dire che è stato predisposto uno scheletro. La politica calabrese ha gli armadi pieni di scheletri, che sono quelli della Calabria che, con tutte le risorse pubbliche qui affluite, doveva essere la California del Paese e non la Cenerentola… Non di scheletri abbiamo bisogno, ma di una sede completata e operativa. Dov’è? Non c’è! La Regione è nata 40 anni fa, ma da allora i calabresi pagano fitti enormi nell’ordine di milioni e milioni di euro. Mi piacerebbe che si calcolasse la cifra complessiva spesa finora in fitti per la Regione Calabria, quei soldi sarebbero potuti essere impiegati diversamente, per fare sviluppo, per fare occupazione. Invece ancora oggi, si hanno della Regione decine di sedi sparse nel territorio catanzarese ed altre un po’ dappertutto, cui i calabresi sono costretti a ricorrere con dispendio sia di tempo sia di economie… Lo stesso Presidente Loiero, dopo che il centrodestra ha perso anni ed anni in polemiche finendo persino col cambiare destinazione alla sede di Germaneto - chissà per quali misteriosi calcoli - nonostante l’impegno di dare alla Calabria in questa legislatura un’unica sede della Regione non c’è riuscito… Ai calabresi forse sarà fatto vedere uno scheletro della futura Regione, l’immagine di qualcosa che non esiste. Se diventerò Presidente, piazzerò una tenda nel cantiere della nuova Regione e conterò le ore perché la sede “chiavi in mano” si faccia e subito! Io dico che la sfida che lanciamo non è politica, non è che Callipo si è messo in politica per diventare un politico con il suo codazzo. Io ho scelto di misurarmi in questa competizione per l’indignazione che la politica mi suscita, perché vedo che la Calabria è abbandonata e sapete perché non farò un passo indietro? Perché sento la responsabilità di cui la Calabria migliore mi ha caricato e la sfida la intendo portare fino in fondo. Anche perché la Calabria non ce la farebbe a sopportare altri cinque anni di politica clientelare, di disistima del Paese, di marginalità rispetto ai grandi circuiti economici globali. E credo che anche Catanzaro, purtroppo non più isola felice dal punto di vista della sicurezza, sia pienamente interessata a cambiare radicalmente modo di porsi e di fare politica. La Calabria rischia di diventare la Somalia dell’Occidente ed ogni calabrese avverte questo rischio. Rischio non peregrino, perché non si diventa la Somalia solo per i rifiuti tossici. Si può diventare la Somalia anche per l’estrema povertà di larghe fasce della popolazione, per l’erosione di affidabilità del sistema istituzionale ed economico, per l’assenza di regole e per l’alto tasso di corruzione nonché per la presenza di una criminalità invasiva e ostativa a qualsiasi forma di sviluppo. Dico questo non per fare allarmismi, ma per far capire meglio, anzitutto a me stesso, qual è il rischio che corriamo e che, se non vogliamo pentirci tra qualche mese di aver agevolato i soliti politici alla guida della nostra regione, è il tempo di fare scelte, di mettere da parte antipatie o polemiche individuali e pensare che la Calabria oggi ha bisogno del meglio dei suoi figli. E questo non è uno slogan. Abbiamo settori esposti ad ogni vento e fuori controllo come la sanità i cui effetti disastrosi ricadono sulle spalle dei calabresi, una sanità il cui debito supera i 2 miliardi di euro (contenziosi a parte) e ciononostante, pur sapendo che negli ospedali si muore e che le inefficienze organizzative sono all’ordine del giorno, la Regione non è riuscita a darsi - in cinque anni - neppure un Piano sanitario.
Sul “Piano Casa” l’unica Regione d’Italia che non ha legiferato è la Calabria, che, infatti, è stata commissariata e non si è trattato di una promozione; e meno male, perché se fosse passato il disegno di legge che, in extremis, il Presidente Loiero ha portato alla discussione dell’Aula a fine anno, saltando ogni iter formale e l’esame delle Commissioni, per la Calabria sarebbero stati dolori. L’efficienza della politica e dell’amministrazione pubblica deve partire da Catanzaro, l’esempio di un modello di governance moderna e trasparente deve iniziare dalla Regione che qui ha sede. Noi vogliamo realizzare non una sede della Regione qualsiasi, ma una Regione che sia di vetro anzitutto per le cose che dice e che fa…”

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