Piano Casa Governo Berlusconi
Guida al Piano Casa promosso dal Governo Berlusconi.
Notizie, informazioni, approfondimenti e commenti sul piano per l'edilizia che dovrebbe rilanciare il settore e, più in generale, l'economia, consentendo ai cittadini di aumentare la cubatura degli edifici, oltre a venire incontro alle classi più disagiate dando nuovi alloggi alle giovani coppie e alle categorie maggiormente in difficoltà.
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30 giugno 2010 - Il Sole 24 Ore - Nicoletta Picchio
Proposte bipartisan per sbloccare l'Italia
Una riflessione bipartisan, a porte chiuse, su come sbloccare l'Italia.
Lavorando sui compiti della pubblica amministrazione e semplificando le procedure burocratiche. Non basta la Scia (segnalazione certificata inizio attività) battezzata l'impresa in un giorno, su cui si è impegnato il governo. Bisogna andare oltre. E in una Roma semivuota per la festa di San Pietro e Paolo, ma con il Senato al lavoro sulla manovra, si sono ritrovati a discuterne Luciano Violante, Giuliano Amato, Giulio Tremonti, Raffaele Fitto, Gianni Letta, insieme a circa altri 40 esperti, tra giuristi, economisti, imprenditori, politici.
Maggioranza e opposizione allo stesso tavolo, su iniziativa di Italiadecide, "Associazione per la qualità delle politiche pubbliche", di cui Violante, ex presidente della Camera, Pd, è presidente. E che unisce il ministro dell'Economia, Tremonti, l'ex presidente del Consiglio, Amato, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Letta, nel Comitato di presidenza.
Violante ha presentato le proposte di Italiadecide: ampliare l'applicazione della Dia (dichiarazione di inizio attività) per attività non superiori a 500mila euro e far funzionare meglio la Conferenza dei servizi. Dalle imprese, agli appalti: stabilizzazione normativa, calo del contenzioso, riduzione delle stazioni appaltanti, qualificazione delle imprese basata anche sulla reputazione, nuove disposizioni sulla valutazione di impatto ambientale. Ma non solo: Italiadecide propone anche una semplificazione dei patti di famiglia per l'impresa e la riprogrammazione del Fas, il Fondo aree sottoutilizzate, per evitare frammentazione e mancato utilizzo dei fondi.
Tutti d'accordo sui principi, sacrosanti. E la tempistica del convegno, oltre ai protagonisti al tavolo, fa pensare che alcuni suggerimenti potrebbero entrare nella manovra. Sempre tenendo conto del difficile equilibrio, sottolineato da Giuliano Amato, tra nazionale e locale, ancora più scottante in vista del federalismo. Sono i primi interventi a metterlo in evidenza: lo sportello unico non ha funzionato? Ogni ente locale ha utilizzato un modello diverso. Quella stessa difformità che non ha fatto decollare il piano casa.
Amato sintetizza: sì al federalismo, ma vanno trovate procedure con regole comuni per le stesse attività, con lo sportello unico in capo alle Camere di commercio; di fronte alla «baraonda informatica» di sistemi che non dialogano e di diversi servizi, bisogna realizzare livelli standard. E se nelle amministrazioni manca capacità progettuale, può funzionare un «parco progetti» nazionale, cui attingere.
Trasparenza, consenso, certezza delle norme: la Dia non ha funzionato, dice Giampaolo Galli, direttore generale di Confindustria, perché con normative poco chiare le aziende non rischiano le eventuali sanzioni. Enrico Letta (Pd) propone la normativa francese sul dibattito pubblico «per risolvere il problema principale dei tempi delle infrastrutture, il consenso». E il ministro per gli Affari Regionali, Fitto, che ora ha la responsabilità dei fondi Fas, annuncia la riprogrammazione, in un dialogo stato-regioni sul modello utilizzato per gli ammortizzatori sociali.
Tremonti ascolta interessato, fino alla fine. È lui il sostenitore della semplificazione. Già nel 2003 propose in Europa il tema della regulation. Oggi l'argomento tiene banco. E il ministro ha una spiegazione: la competizione globale si sta verificando tra realtà diseguali. E il fattore giuridico è sempre più un elemento strategico.
28 giugno 2010 - Edilportale - Rossella Calabrese
Edilizia, investimenti giù del 17% in 3 anni
Osservatorio Ance: la Manovra riduce ulteriormente le risorse per le opere pubbliche
“Il 2010 per l’edilizia, a causa dell’esaurimento del portafoglio ordini delle imprese, del Patto di stabilità che blocca i pagamenti e della stretta creditizia, corre il rischio di essere l’anno più nero, con danni irreparabili sulla tenuta non solo economica ma sociale del Paese”. Con queste parole il presidente dell’Ance, Paolo Buzzetti, ha aperto la conferenza stampa di presentazione dell’Osservatorio congiunturale sull’industria delle costruzioni.
I dati parlano chiaro: siamo tornati ai livelli degli anni ‘90, con un calo degli investimenti in costruzioni del 17% in 3 anni. Nel comparto residenziale gli investimenti sono scesi nello scorso anno dell'8,9%. La riduzione degli investimenti in lavori pubblici nel 2009 è stata del 5,4% e per il 2010 l’Ance stima un’ulteriore flessione del 3,9%.
Gravi gli effetti della crisi sull’occupazione: i dati delle Casse Edili fanno registrare una diminuzione di operai iscritti nel 2009 del 9,8% rispetto all’anno precedente, mentre il numero delle imprese iscritte si è ridotto del 7,6%. Anche i fornitori di materiali e manufatti hanno sofferto nell’ultimo anno.
Per il 2010 le previsioni Ance indicano un’ulteriore caduta degli investimenti in costruzioni, pari a -7,1% (-4,1% nel primo trimestre rispetto allo stesso periodo del 2009 secondo l'Istat). A differenza di quanto avvenuto nello scorso Osservatorio, non viene più riproposta la stima degli effetti del Piano Casa 2 sugli investimenti in quanto le informazioni pervenute dal territorio forniscono indicazioni di livelli di attività al momento trascurabili.
Ancora tanti i nodi da sciogliere per il settore: primo tra tutti, secondo Buzzetti, il problema del Patto di stabilità interno degli enti locali, appesantito gravemente dall’ultima Manovra economica, che non solo non permette di spendere per nuove infrastrutture, ma ritarda enormemente i pagamenti alle imprese per lavori già eseguiti, scaricando su di esse le inefficienze della pubblica amministrazione.
La Manovra finanziaria varata dal Governo a fine maggio 2010 porterà ad una contrazione delle risorse dello Stato per le opere pubbliche, già ridotte del 7,8% dalla Finanziaria 2010. A livello nazionale, i tagli indiscriminati determineranno un ulteriore indebolimento della capacità di infrastrutturazione del territorio italiano. A livello locale, invece, desta forte preoccupazione la vigorosa riduzione dei trasferimenti a Regioni (10 miliardi di euro in 2 anni), Province e Comuni, nonché il peggioramento delle condizioni del Patto di stabilità interno, che determinerà nel 2010 una riduzione di 1,3 miliardi di euro della capacità di investimento degli enti locali rispetto al 2009.
Oltre alla diminuzione di stanziamenti per nuove infrastrutture preoccupa la lentezza con la quale vengono spese le risorse disponibili. È fondamentale accelerare l’effettivo avvio del Piano delle infrastrutture prioritarie, finanziato con le risorse pubbliche rese disponibili dal Governo più di un anno fa e approvato dal Cipe il 26 giugno 2009, per un importo di circa 11,3 miliardi di euro. In particolare è necessario realizzare i programmi di opere medio piccole contenuti nel Piano e dotati di 3,4 miliardi.
Ma le imprese di costruzioni si trovano ad affrontare anche una crisi di liquidità, causata anche dalla restrizione dell’accesso al credito: quasi il 40% delle imprese associate denuncia di aver avuto difficoltà nell’ottenere finanziamenti nel trimestre gennaio marzo 2010. I tassi di interesse applicati alle imprese di costruzioni sono significativamente superiori a quelli degli altri settori.
Il problema della liquidità delle imprese sconta anche la difficoltà di vedere soddisfatti i propri crediti verso la pubblica amministrazione. Secondo i risultati dell’indagine svolta dall’Ance a maggio 2010, il 58% delle imprese denuncia ritardi medi nei pagamenti superiori a due mesi oltre i termini contrattuali previsti dalla legge (2 mesi e mezzo).
Ma qualcosa si può fare secondo l’Ance, che è al lavoro anche con il Governo per approvare riforme importanti per il settore. Gli obiettivi sono: semplificare le procedure, aumentare i controlli, qualificare le imprese, in una parola rendere più efficiente tutto il sistema.
28 giugno 2010 - Corriere della Sera - Ernesto Galli della Loggia
La necessità di un colpo d’ala
Parlare di crisi finale di Berlusconi e del berlusconismo è senz’altro azzardato. Niente lascia credere, infatti, che se tra sei mesi ci fossero le elezioni politiche il Cavaliere non riuscirebbe per l’ennesima volta a riportare la vittoria. In un modo quale che sia, ricorrendo alle offerte elettorali più irreali, radunando le forze più diverse, gli uomini (e le donne) più improbabili, ma chi può dire che non ci riuscirebbe?
Se però il futuro appare incerto, il presente invece non lo è per nulla. Dopo due anni alla testa di un’enorme maggioranza parlamentare il governo Berlusconi può vantare, al di là della gestione positiva della crisi economica, un elenco di risultati che dire insoddisfacente è dire poco. Inauguratosi con l’operazione «Napoli pulita» esso si trova oggi davanti ad un’altra capitale del Mezzogiorno, Palermo, coperta di rifiuti, ridotta ad un cumulo d’immondizia, mentre l’uomo del miracolo precedente e dell’emergenza terremoto, Bertolaso, è assediato dalle inchieste giudiziarie.
Il simbolo di un fallimento non potrebbe essere più evidente. Ma c’è ben altro. C’è l’elenco lunghissimo delle promesse non mantenute: elenco che la difficile situazione economica e i grandi successi nella lotta al crimine organizzato non sono certo in grado di compensare. C’è la riforma della giustizia con la separazione delle carriere dei magistrati ancora di là da venire; ci sono le liberalizzazioni (a cominciare da quella degli ordini professionali) di cui non si è vista traccia; c’è il piano casa e delle grandi infrastrutture pubbliche a tutt’oggi sulla carta; la costruzione dei termovalorizzatori, idem.
La promessa semplificazione delle norme e delle procedure amministrative è rimasta in gran parte una promessa; la riforma universitaria ha ancora davanti a sé un iter parlamentare lunghissimo e quanto mai incerto; delle norme sulle intercettazioni meglio non dire; e infine pesa sull’Italia come prima, come sempre, la vergogna della pressione e insieme dell’evasione fiscali più alte del continente.
Una tale inadempienza programmatica è il risultato in buona parte dell’incapacità di leadership da parte del premier. Nel merito dei problemi che non lo riguardano in prima persona Berlusconi, infatti, continua troppo spesso ad apparire incerto, assente, più incline ai colpi di teatro, alle dichiarazioni mirabolanti ma senza seguito, che ad una fattiva operosità d’uomo di governo. In questa situazione lo stesso controllo che egli dovrebbe esercitare sul proprio schieramento è diventato sempre più aleatorio. Benché con modi e scopi diversi Fini, Bossi e Tremonti dimostrano, infatti, di avere ormai guadagnato su di lui una fortissima capacità di condizionamento. Riguardo le cose da fare ne risulta la paralisi o il marasma più contraddittorio.
Anziché governare le decisioni, il presidente del Consiglio sembra galleggiare sul mare senza fine delle diatribe interne al suo schieramento. E nel frattempo dalla cerchia dei fedelissimi, dove pure qualche intelligenza e qualche personalità autonoma esiste, continua a non venire mai alcun discorso d’ordine generale, continua a non venire mai nulla che abbia il tono alto e forte della politica vera. Il silenzio del Pdl che non si riconosce in Fini è impressionante. Ad occupare il proscenio rimangono così, oltre l’eterno conflitto d’interessi del premier, solo i ministri ridicoli (Scajola) o impresentabili (Brancher), il giro degli avidi vegliardi delle Authority, le inutili intolleranze verso gli avversari. Dov’è finita la rivoluzione liberale di cui il Paese ha bisogno?




