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Piano Casa Governo Berlusconi

 

 

27 maggio 2010 - Corriere del Veneto - Alessio Antonini

Piano casa, un mezzo flop - «Effetti nulli nei capoluoghi»

Settemila domande, affari per 30-50 milioni contro i 500 previsti La Regione: «Inferiore alle aspettative, ma meglio di niente»
C'è poco da fare: le città sono sature. E a dirlo questa volta sono i numeri. Quelli del Piano casa Veneto che a un anno dalla sua entrata in vigore ha deluso le aspettative. Sono infatti meno di settemila in tutta la Regione le richieste dei privati intenzionati ad ampliare o a rinnovare le loro abitazioni di cui appena un decimo nei capoluoghi di Provincia. Il mancato decollo non sarebbe imputabile solo al mercato immobiliare asfittico e alla stretta creditizia delle banche, ma soprattutto al fatto che la legge 14 del 2008 non è applicabile alla maggior parte dei condomini dei centri urbani già troppo densamente popolati. Basta pensare che - in Provincia di Venezia per fare un esempio - Chioggia, Martellago e San Donà che insieme fanno poco più di centomila abitanti hanno inviato il triplo delle richieste di ampliamento (quasi 300 in tutto) di quante ne siano state effettivamente inviate dai mestrini e dai veneziani che insieme sono circa 270.000. «Era illogico pensare che il piano casa potesse funzionare in aree ad alta densità — ha spiegato l'assessore alla Casa del Comune di Venezia Ezio Miceli al convegno organizzato ieri a Mestre dall'ordine degli Architetti veneti - Nei centri urbani le proprietà sono troppo frazionate perché la gente si metta d'accordo ». Non è un caso dunque se sulle 1.800 richieste dal Padovano il Comune di Padova ne conti appena 250 e sulle 1.500 del vicentino, Vicenza arrivi a fatica a 150. «Ammetto che i risultati non sono quelli sperati - si è difeso l'assessore regionale alla Casa Renato Chisso - ma non è il momento di fare un bilancio perché ci sono stati molti rallentamenti dovuti alle interpretazioni legislative dei singoli Comuni e c'è ancora un anno di tempo prima del termine di applicazione della legge».
D'altro canto non si può dare torto all'assessore visto che dalla sua introduzione il piano Casa ha mosso secondo le prime stime dei professionisti 30-50 milioni di euro. Pochissimi visto che si prevedevano più di 500 milioni, ma comunque una piccola boccata d'ossigeno per il settore immobiliare. Anche a sentire il presidente dell'ordine degli Architetti Antonio Gatto il piano Casa «ha subito rallentamenti perché le normative dei Comuni sono troppo diverse tra loro e non c'è modo di rassicurare i clienti sul fatto che le loro pratiche andranno in porto sulla base dell'esperienza di una pratica identica consegnata però in un altro territorio». A ciò si aggiunge che il 47 per cento del territorio veneto è sottoposto a vincoli di paesaggio dunque i tempi delle procedure si allungano a dismisura. «Alcuni hanno rinunciato perché è più costoso istruire la pratica che tirare su il nuovo muro - ha aggiunto l'avvocato Bruno Barel analizzando la normativa regionale - In Cadore sono necessari alcuni mesi anche solo per ripiantare gli alberi intorno alla proprietà o circondarla con una siepe». E' anche per questo che a Belluno sono state consegnate appena trenta pratiche e che in tutta la Provincia montana non si è arrivati alle cinquecento richieste. Dopo la cosiddetta «sentenza di Cortina» con cui il Comune ha di fatto bloccato l'applicazione del piano Casa per mantenere la posizione di rendita degli immobili cadorini di Vodo e San Vito, i dubbi dei proprietari si sono estesi anche al Trevigiano e nel Rodigino dove le richieste hanno superato di pochissimo le cinquecento pratiche (a Treviso sono state ottanta, a Rovigo appena quaranta).

26 maggio 2010 - La Voce di Venezia

Piano Casa del Veneto, Chisso: Ogni bilancio e' prematuro

Sul Piano Casa regionale non è ancora tempo di fare bilanci e trarre conclusioni, a otto mesi dall’inizio dell’applicazione della legge e in una congiuntura economica critica”.
Lo ha detto l’assessore regionale Renato Chisso, intervenendo nel pomeriggio a Mestre al convegno organizzato su queste tematiche dall’Ordine degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Venezia.
"Quel provvedimento – ha spiegato l’assessore – è nato per tonificare il settore dell’edilizia, favorire il recupero risparmiando territorio, contribuire alla ripresa dell’economia. Al momento, tuttavia vi sono almeno tre problematiche che limitano il dispiegarsi dell’iniziativa. La prima riguarda l’ancora scarso livello di conoscenza delle norme tra i cittadini. E in questo caso i professionisti del settore hanno anche il compito di spiegare le opportunità che sono disponibili. Il secondo intoppo è dato dalle difficoltà e dai dubbi d’interpretazione, che hanno determinato anche l’emanazione di più circolari esplicative. Il terso punto è che la stretta creditizia ha ristretto le possibilità d’intervento per i cittadini".
"Si tratta in ogni caso di una iniziativa positiva – ha concluso l’assessore – e non ricorrendo alle possibilità che abbiamo messo in pista la società e i cittadini veneti perdono delle opportunità: spetta a tutti noi, amministrazioni comunali comprese, operare perché da questa intuizione derivino i benefici concreti ai quali puntiamo”.

15 maggio 2010 - Corriere del Veneto - Claudio Trabona

Ance, offensiva nordista sulla crisi

Asse con Lombardia e Piemonte. «E manifesteremo con i nostri operai»
PADOVA — A pochi giorni dalle Assise delle costruzioni a Mestre, l’Ance torna a farsi sentire. E stavolta alza la voce: il presidente regionale, Stefano Pelliciari, parla con toni accorati, quasi drammatici di una situazione definita «molto complicata». La notizia del giorno è la probabilissima esclusione del Veneto dalla candidatura alle Olimpiadi 2020, altra occasione persa per le opere pubbliche: «Almeno Milano avrà l’Expo, a noi non resta nulla».Mal’esasperazione del leader dei costruttori finisce per riversarsi su molti aspetti della politica e dell’emergenza economica. Pelliciari inaugura un’offensiva mediatica, che si colora di forte irritazione anti- romana («la capitale è inquinante, ecco perché il Veneto continua a essere ignorato nonostante la presenza nel governo di tre ministri e di un partito largamente votato nella nostra regione») ma che punta soprattutto a una mobilitazione per un settore che è messo al tappeto dalla recessione, forse ancor più che l’industria manifatturiera.
La stima dell’Ance è di un calo di 12 mila posti di lavoro nel settore in Veneto, ma l’Istat si è spinto a calcolare fino a 50 mila addetti persi nella filiera allargata. «Quante Fiat abbiamo chiuso nel silenzio generale?» si domanda polemicamente Pelliciari. Sta per nascere un asse nordista (l’Ance Piemonte ha invitato Veneto e Lombardia a studiare un’iniziativa comune, una sorta di Assise del Nord) mentre si studiano forme di protesta comuni con il sindacato. «Nulla di deciso, ma stiamo pensando di manifestare insieme ai nostri operai, che tra l’altro hanno stipendi infami nonostante costino alle aziende come i loro colleghi tedeschi». Pelliciari denuncia il pericolo «di una nuova ondata di fallimenti nelle costruzioni in Veneto» anche per effetto di una mina fiscale vagante: «È la norma introdotta nel 2006 da Visco che obbliga le imprese a versare l’Iva su case e appartamenti entro la scadenza dei quattro anni dalla costruzione, anche se sono rimasti inveduti. Con la crisi gli imprenditori non riescono a vendere e adesso, in questo 2010, molti di loro si trovano a dover affrontare esborsi verso il fisco nell’ordine dei milioni di euro. Ecco perché parlo di possibile nuova ondata di fallimenti».
La proposta è semplice: moratoria di due anni sul pagamento dovuto, «sarebbe un segnale che dà coraggio ai nostri associati». Sfumate molte delle aspettative sul Piano Casa («la gente non ha soldi, ecco perché non decolla»), l’Ance fa degli interventi sul Patto di stabilità una delle richieste forti alla politica: «Non è vero che il ministro Sacconi ha chiuso del tutto alle nostre proposte. È vero, però, che la prossima manovra economica del governo può essere un ulteriore ostacolo al tentativo di rendere meno penalizzanti le regole per i nostri Comuni». E allora? «Resta la necessità, non solo italiana ma europea, di non affossare le aree più avanzate che producono ricchezza e che hanno la responsabilità di far uscire gli Stati dalla crisi ». Per questo, Pelliciari ripropone di affidare alla Regione «un ruolo di garante sul rispetto dei limiti del Patto, in modo che non si penalizzino i Comuni virtuosi, costretti a non pagare i lavori intrapresi e a non investire su quelli futuri anche quando i loro bilanci sono in attivo».

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14 maggio 2010 - Il Giornale di Vicenza

Costruzioni, chiudono 17 imprese al giorno

CRISI. Oggi a Roma summit di settore: industriali, artigiani e sindacati - L'allarme di Confartigianato «Urge varare nuove norme» In Veneto chiudono 17 imprese di costruzioni al giorno: lo denuncia la Confartigianato regionale, alla vigilia dell'anniversario degli Stati generali dell'edilizia che vedrà oggi l'Ance, le tre organizzazioni degli artigiani (Confartigianato, Cna e Casartigiani) e i sindacati presentare a Roma le proposte degli operatori del settore ai responsabili delle istituzioni ed a tutte le forze politiche, per il rilancio dell'economia.
Dal gennaio 2009 ad oggi le imprese artigiane venete delle costruzioni sono calate del 3,7%: un saldo negativo di 2.209 unità. E il dato preoccupa ancora di più se si guarda il numero delle sole cessazioni: ben 7.637. «Quasi 17 chiusure al giorno: siamo di fronte - denuncia Paolo Fagherazzi, presidente costruzioni di Confartigianato Veneto - alla perdita di un patrimonio di conoscenze e di lavoro inestimabili a cui si deve dare un freno».
Per uscire dalla crisi bisogna varare una norma «che disciplini l'accesso al settore delle costruzioni», privilegiando gli imprenditori corretti che versano i contributi, garantiscono la sicurezza dei cantieri e di ciò che viene costruito.
Non solo: vanno modificate le regole del Patto di stabilità per mettere «gli enti locali nella condizione di realizzare gli investimenti necessari allo sviluppo e alla competitività del Paese e onorare i propri debiti nei confronti delle imprese».
Ancora, gli artigiani delle costruzioni chiedono che ci sia il ripristino dell'Iva (e quindi lo scarico) per la cessione di case, da parte delle imprese, anche dopo 4 anni dalla loro ultimazione. E di reintrodurre le agevolazioni per i trasferimenti di immobili in attuazione di piani urbanistici. Altra proposta: introdurre una cedolare secca sugli affitti del 20%, sempre per stimolare il mercato.
Infine le aziende chiedono che finalmente venga pubblicato il decreto che ripartisce le risorse tra Regioni per il Piano casa, e che si giunga a un accordo col Governo per varare il tanto atteso "Piano casa 2" che semplifichi regole e procedure per gli interventi nelle abitazioni.

13 maggio 2010 - Adige TV

Crisi edile, in città persi 3mila posti di lavoro

Giornata di protesta nazionale dei costruttori: “le risposte che non sono pervenute per uscire dalla crisi”. Venerdì prossimo 14 maggio, a un anno di distanza dagli Stati Generali delle Costruzioni, l'Ance fa il punto della situazione su tutto il territorio italiano. A Verona, come a Roma, come in tutte le province e regioni, i costruttori presenteranno la lista della spesa: ciò che era necessario per ridare fiato al settore, gravamente colpito dalla congiuntura, e ciò che è stato fatto: cioè nulla. A Verona sono andati in fumo 3mila posti di lavoro negli ultimi 4 mesi, 8mila dallo scorso anno. Le imprese di costruzione attive sono oggi 2092, contro le 2645 del 2009.
“Le nostre istanze, accolte e condivise, un anno fa, alla presenza di vari rappresentanti, del mondo politico e del Governo – afferma Andrea Marani, presidente di Ance Verona e vicepresidente di Ance – sono state ad oggi tutte disattese. Il patto di stabilità ancora ci penalizza, le amministrazioni pubbliche pagano con tempi sempre più lunghi, le risorse stanziate per le infrastrutture non si sono viste. La leva fiscale? Non è stata introdotta. Confidavamo nel Piano Casa, ma sia la prima versione che la seconda sono rimaste al palo, bloccate dai lacci e lacciuoli dei Comuni e dalla mancanza di un adeguato piano finanziario di sostegno. Si pretende regolarità, ma non c'è nessuna garanzia dalla concorrenza sleale per chi opera nel rispetto delle norme, con i costi e gli oneri aggiuntivi che ne derivano. Infine si sperava nella estensione della Cassa di integrazione ordinaria, ma ne ha usufruito solo il settore industriale”.
Un'amara constatazione, quella di Marani che sarà presentata in modo particolareggiato assieme ai rappresentanti sindacali di categoria: Stefano Facci di Cgil, Mario Ortombina della Cisl e Cesare Valbusa della Uil.